Come difenderà l’Italia contro gli All Blacks?

Marius Goosen

Kieran Crowley l’ha sottolineato in questi giorni. Da quando è iniziato il ritiro azzurro, a Verona, il focus del suo staff è stato concentrato soprattutto sulla difesa. Marius Goosen, sudafricano, a Treviso da giocatore tra il 2004 e il 2010 – prima aveva giocato due stagioni a Viadana e Roma – poi nello staff “celtico” dei biancoverdi fino al 2016 e da quell’anno incaricato della difesa dell’Italia, racconta cosa è stato fatto in vista dei test di novembre. “Dieci giorni non sono molti e c’è tanto da sistemare, da preparare anche in vista delle altre due partite contro Argentina e Uruguay. Contro gli All Blacks devi porti altri obiettivi”.

Quali?

“Dobbiamo essere realisti, non guardare al risultato ma a obiettivi che riguardano noi stessi, il nostro gioco. Uno di questi è la difesa. Creare uno schema comune non è facile, abbiamo giocatori che arrivano da otto squadre diverse, con otto diverse impostazioni difensive. Per noi la parola “tempo” è fondamentale: prendere tempo agli avversari, ma anche avere giocatori presto in piedi per mettere pressione. Di base ci siamo concentrati sulla fisicità nei punti d’incontro. E’ il solo modo per vincere gli impatti e prendere la linea del vantaggio”.

Contesterete i breakdown?

Non è facile contestare le ruck. Pochi giocatori al mondo sanno farlo davvero bene. Penso all’australiano Pocock, a Hamish Watson della Scozia, a Tom Curry dell’Inghilterra. Noi giocatori del genere non li abbiamo. Possiamo però cercare di rallentare la palla. Vincere il contatto e rallentare l’uscita del pallone”.

Una buona parte dei giocatori arriva dal Benetton, la squadra di Crowley fino a giugno, dove ora Marco Bortolami sta proponendo una difesa aggressiva, con una salita veloce. Vedremo qualcosa di questo o è impossibile?

“E’ bello vedere una linea salire molto veloce, a me piace tantissimo. In cinque partite però Treviso ha preso 18 mete. Se non tutti sanno cosa devono fare in una linea che sale veloce, allora viene bucato. Anche le Zebre fanno una difesa simile, ma con la “line speed” il placcaggio è sempre 1 contro 1 e se sbagli allora è meta per gli altri. Non hai tempo di rattoppare, specie contro la Nuova Zelanda. Insomma, dovremo trovare una via di mezzo”.

Come può permettersi di difendere l’Italia contro gli All Blacks?

“Dovremo combattere contro giocatori fisicamente più forti di noi, quindi dovremo raddoppiare i placcaggi per vincere i contatti. Non si può salire alla massima velocità perché il rischio è di perdere il secondo uomo che dà il sostegno”.

C’è la consistenza atletica e fisica per farlo?

“Difendere uno contro uno è più faticoso contro squadre del genere. Chi è che ha dimostrato come si possono fermare gli All Blacks? Il Sudafrica. Con la loro massima fisicità hanno fermato una squadra che ha dato 100 punti agli Stati Uniti, 50 al Galles e all’Australia, 40 all’Argentina. Ce l’hanno fatta perché fisicamente sono presenti. Parlo con Jacques Nienaber (il c.t. degli Springboks, ndr) costantemente, un paio di volte alla settimana. Abbiamo un sistema difensivo uguale, la differenza la fanno i giocatori. Stiamo lavorando per arrivare a quegli standard. Senza guardare solo agli All Blacks, ma anche alle due partite che seguiranno”.