Daniele Cassioli, il fenomeno paralimpico dello sci nautico, l’intervista

In bacheca: 25 titoli mondiali, 25 europei e 41 italiani. E pure uno scudetto a calcio con il Cremona: “Cosa serve? Talento e allenamento”

Pietro Razzini

Quando in bacheca si possono mostrare 25 titoli mondiali, 25 europei e 41 italiani, si ha la certezza di aver realizzato qualcosa di unico nella propria disciplina. Non è un caso che Daniele Cassioli, sciatore nautico cieco dalla nascita, sia stato nominato atleta della decade e del quarto di secolo tra gli sportivi con disabilità, dall’International Waterski and Wakeboard Federation. Un vero fenomeno che ha scelto l’acqua come elemento per raggiungere i propri successi e ha trasformato una mancanza in un valore aggiunto per essere testimonial di valori positivi: “Sono riconoscimenti che gratificano la carriera, soprattutto perché coprono un arco di tempo a lungo raggio. Va sicuramente al di là della singola vittoria di un campionato del mondo. È un sentimento diverso perché non è conseguenza di un riscontro diretto sul campo. Posso dire di essere orgoglioso di questa nomina perché arriva dall’ente specifico relativo al mio sport”.

Come ha conosciuto lo sci nautico?

“I miei genitori mi hanno avvicinato all’attività fisica: è stata poi la cecità a farmi scegliere lo sci nautico. Se avessi avuto il dono della vista, molto probabilmente, avrei deciso di giocare a calcio, basket, tennis o pallavolo. Ricordo che inizialmente cercavo un’attività con una forte componente adrenalinica. Sono sempre stato attratto da questo aspetto piuttosto che da sport come la corsa, il nuoto o il ciclismo, in cui la fatica metabolica è predominante”.

Qual è il suo personale podio delle qualità necessarie per vincere così tanto?

“Metto al primo posto la passione, l’amore per lo sport in generale e, in particolare, per lo sci nautico. Poi il carattere unito all’ambizione: ciò significa sacrificarsi per raggiungere i propri obiettivi e avere il desiderio costante di migliorarsi. Infine un pizzico di predisposizione: il talento deve essere sempre unito alla voglia di allenarsi. Sia a livello fisico che a livello caratteriale”.

Parliamo allora della sua preparazione fisica.

“Lontano dalle gare si lavora sempre di più su forza e resistenza. Avvicinandosi agli eventi si cerca di automatizzare l’aspetto tecnico. Non essendo un atleta professionista, nella mia carriera ho dovuto conciliare sport e lavoro. Sono un fisioterapista e ho costruito le mie competenze studiando e lavorando anche con atleti di alto livello legati al Coni e al mondo della pallacanestro”.

I suoi allenamenti sono variati nel corso degli anni?

“Crescendo, bisogna prendersi cura del proprio corpo con maggiore attenzione, aumentano i tempi di recupero. È necessario saper accettare qualche dolore muscolare in più. Fortunatamente col passare degli anni si impara ad ascoltare il proprio corpo. È molto utile ma non è l’unico aspetto”.

Quale altro aspetto conta?

“La prevenzione. Lo stretching post allenamento, per esempio. Spesso è molto sottovalutato. Alla preparazione atletica classica ora aggiungo il pilates, importante per la gestione della stabilità della colonna lombare, ed esercizi approfonditi di riscaldamento”.

Aver studiato fisioterapia l’ha aiutata?

“Alla base ci vuole sempre molta lucidità: su se stessi è più complicato. Il fisioterapista è come lo psicologo: ci si rivolge solo quando c’è un problemi da risolvere. Io ritengo però che molte volte è la fisioterapia preventiva a fare la differenza. Perciò mi batto per dare valore a questo tipo di professionalità quando si pianifica la stagione di uno sportivo”.

Nel 2018 ha pubblicato il libro “Il vento contro”: è servito anche questo volume per avere una maggior conoscenza di sé?

“Il romanzo è autobiografico: ripercorrere il passato tante volte serve per risolvere questioni in sospeso. Volevo estrarre dalla mia vita, temi utili su cui riflettere. Ho sempre avuto un grande rispetto per il lettore. Per questo motivo ho cercato dentro di me qualcosa di speciale da raccontare, senza essere troppo autoreferenziale”.

Ha altri progetti in ambito editoriale ora?

“A inizio febbraio verrà pubblicato il mio secondo libro. Parlerà di formazione nel mondo aziendale: negli ultimi anni, infatti, ho sviluppato contenuti che ho imparato con lo sport e con le difficoltà che la cecità mi ha messo davanti. Ora li ho resi applicabili al mondo del lavoro. E poi c’è Real Eyes Sport, l’associazione che aiuta i bambini ciechi o ipovedenti ad avvicinarsi all’attività sportiva. Qualche acciacco fisico mi sta limitando attualmente ma voglio tornare ad occuparmene il prima possibile. Allo stesso tempo mi sento di dire che, come atleta, ho ancora qualche pagina da scrivere. Voglio regalarmi un ultimo mondiale”.

I problemi attuali alla schiena le hanno fatto abbandonare momentaneamente anche il calcio?

“Nel 2019 ho vinto uno scudetto con l’Ac Crema 1908. Sin da quando ero bambino mi sarebbe piaciuto giocare a pallone. Ho realizzato questo sogno a 33 anni. Ciò insegna che non bisogna mai smettere di voler realizzare i propri desideri. Ho dovuto riconfrontarmi con le sensazioni del principiante. Con lo sci nautico, sono padrone della materia da anni. Nel calcio ho assaporato dinamiche che vivevo 20 anni fa nel mio sport. È stato formativo”.

Infine l’alimentazione: come si gestisce?

“Lo sci nautico mi ha consentito di essere abbastanza ‘rilassato’ dal punto di vista alimentare. L’etto di peso in più non ha mai fatto la differenza. L’ aspetto tecnico aiuta a compensare. Bisogna ricordare, però, che la qualità della nostra alimentazione migliora la risposta del corpo e la capacità di pensiero. Quindi mi sono sempre dato una regola: evitare gli eccessi. Ciò non significa rinunciare sempre a tutto ma semplicemente non esagerare mai”.